Bruxelles – Il vice-presidente degli Stati Uniti, JD Vance, è partito questa mattina (7 aprile) per Budapest, dove si tratterrà fino a domani per portare il supporto di Washington al primo ministro ungherese, Viktor Orbán, in vista delle elezioni parlamentari di questa domenica (12 aprile). Era dal 2006 – anno della visita istituzionale dell’allora presidente George W. Bush – che la capitale magiara non ospitava un esponente di così alto rango del governo statunitense: un dato che dà la misura della rilevanza internazionale che le elezioni in Ungheria hanno assunto in queste ultime settimane di campagna elettorale.
La ragione di questa attenzione è presto detta: dopo sedici anni di ininterrotto dominio politico (Orbán è al potere dal 2010), l’attuale primo ministro si presenta per la prima volta al voto da sfavorito. A confermarlo è la più recente media dei principali sondaggi ungheresi, secondo cui Fidesz – il partito fondato dallo stesso Orbán nel 1988 – raccoglierebbe il 39 per cento dei consensi, venendo così preceduto di ben dieci punti percentuali da TISZA, la creatura politica di centro-destra dell’ex alleato e oggi principale oppositore interno di Orbán, Péter Magyar.
Se queste previsioni dovessero essere confermate, il Paese dell’Unione Europea che negli ultimi dieci anni più si è opposto alla linea dettata da Bruxelles su numerose questioni (dall’immigrazione alle politiche energetiche; dalla crisi del Covid alla guerra in Ucraina) e che è il più grande amico di Vladimir Putin nell’Unione, potrebbe essere ad un passo da una svolta storica, tanto in termini di politica estera e rapporti con l’UE quanto dal punto di vista della politica interna.
Politica interna: la sfida di Magyar alla ‘democrazia illiberale” e alla corruzione
Sul piano interno, la sfida di Péter Magyar si concentra soprattutto su due pilastri che hanno caratterizzato il lungo dominio di Orbán: la costruzione di quella che lo stesso primo ministro ha definito una “democrazia illiberale” e la diffusione sistemica della corruzione. Negli ultimi anni, come evidenziato da diversi report internazionali – tra cui quelli di Freedom House e una risoluzione del Parlamento Europeo – il governo ha progressivamente consolidato il proprio controllo su media, magistratura e istituzioni indipendenti, rendendo più complessa una reale alternanza politica. È proprio contro questo assetto che Magyar ha costruito la propria campagna, presentandosi come l’uomo della rottura con questo sistema.
Parallelamente, il tema della corruzione è diventato uno dei principali terreni di scontro. Diverse inchieste giornalistiche – come quella condotta dal Financial Times sul cosiddetto ‘Sistema Orbán‘ – hanno evidenziato il legame tra potere politico ed élite economiche vicine al governo, accusate di beneficiare in modo sproporzionato di fondi pubblici e risorse europee. Magyar ha fatto anche di questa critica uno dei cardini del proprio messaggio.
Politica estera: la guerra in Ucraina al centro della campagna elettorale
Il conflitto russo-ucraino è stato uno dei temi al centro di questa campagna elettorale. A tenere banco è stata soprattutto la questione della posizione dei due candidati nei confronti di Kiev. In un continuo scambio di accuse reciproche, Magyar ha spesso puntato il dito contro i numerosi segnali di un rapporto particolarmente stretto tra il governo ungherese e il presidente russo, Vladimir Putin. Lo scorso 23 marzo, quando il Washington Post ha svelato i frequenti contatti intercorsi tra il ministro degli Esteri ungherese e quello russo a margine delle riunioni del Consiglio UE, il giovane candidato dell’opposizione ha immediatamente commentato la vicenda, definendo il ministro Szijjárto e l’intero esecutivo un gruppo di “traditori della patria”. Per contro, Orbán ha sempre risposto alle accuse di Magyar con la stessa moneta, paragonandolo a una sorta di burattino nelle mani del governo ucraino che – se eletto – avrebbe portato l’Ungheria in guerra contro la Russia, costringendo il Paese a spendere ingenti risorse economiche per supportare l’esercito di Kiev.
Ed è proprio sulla questione del sostegno militare ed economico all’Ucraina che Orbán – deciso a puntare tutto sulla contrapposizione tra ‘guerra’ e ‘pace’ per recuperare terreno – ha giocato una delle sue carte principali in questa campagna elettorale. Dopo aver dato il proprio via libera al nuovo pacchetto da 90 miliardi di euro di aiuti UE a Kiev nel corso del Consiglio Europeo dello scorso dicembre, il leader magiaro ha improvvisamente fatto retromarcia. All’inizio di febbraio, in vista dell’imminente nuovo Vertice, ha annunciato – insieme alla Slovacchia di Robert Fico – la propria intenzione di bloccare l’invio del denaro, ponendo come precondizione necessaria alla rimozione del suo veto il ripristino del flusso di petrolio russo verso Budapest attraverso l’oleodotto Druzhba. L’infrastruttura energetica è stata colpita da un drone drone russo a gennaio, ma secondo Orbán riparare il danno dovrebbe essere compito del governo ucraino, che invece si starebbe rifiutando di farlo.
Il caso del “ministro che sussurrava al Cremlino” e il veto ungherese sul pacchetto di aiuti sono solo due delle numerose questioni legate alla guerra in Ucraina che hanno dominato le ultime settimane della campagna elettorale (tra gli altri, le accuse di spionaggio russo a danno di TISZA e il sequestro da parte di Budapest di un convoglio che stava trasportando oro e denaro da una banca austriaca a un istituto di credito di Kiev) e che spiegano la ragione del ruolo sempre più attivo che l’Europa e le altre grandi potenze stanno giocando in queste consultazioni: il posizionamento internazionale dell’Ungheria del futuro sembra passare interamente dal risultato del 12 aprile.
L’incognita Magyar per l’UE: tra speranze e dubbi
Leggendo il programma elettorale di TISZA, Magyar appare come la garanzia del ritorno di una Ungheria più europeista: il partito afferma di “scegliere l’Europa” e si propone di “ricostruire il rapporto di fiducia con l’UE e la NATO e di entrare nell’Eurozona entro il 2030“. Magyar ha anche individuato nel ripristino dello Stato di diritto l’unica strada possibile per sbloccare i 18 miliardi di fondi UE attualmente bloccati proprio per le sistematiche violazioni in questo ambito.
Allo stesso tempo, però, c’è un tema su cui – come spiega il think tank European Policy Centre (EPC) – l’UE farebbe bene a non cullarsi nell’illusione di trovarsi di fronte un nuovo primo ministro pienamente collaborativo e in sintonia con le priorità politiche di Bruxelles. E questo tema è proprio quello dell’Ucraina. “Rispetto a Kiev, il manifesto di TISZA è particolarmente scarno“, osserva l’EPC, “e Magyar si è già più volte opposto all’avvio della procedura accelerata per l’ingresso dell’Ucraina nell’UE“, così come ha fatto Orbán in tutti questi anni. TISZA e Fidesz hanno la stessa posizione anche sulla questione dei 90 miliardi destinati a Kiev: gli eurodeputati di Magyar hanno votato contro, proprio come i fedelissimi di Orbán.
Alla luce di ciò, “i leader UE non dovrebbero dare per scontato che un cambio di governo porterebbe con sé una netta rottura con le posizioni orbaniane”. Sperare che sia così è certamente possibile, esserne certi no.



